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MY IMMORTALS

L'ombra del diavolo

Mi sono chiesto sovente quale pittore rappresenti con maggior forza l’idea della fede cristiana, l’epopea della conversione religiosa e, in generale, tutta la dolcezza e la meravigliosa nostalgia del creato. La risposta, seppure paradossale, mi è parsa logica: Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 1571–1610). Ho scritto ‘paradossale’ per una serie di ragioni, non ultima la sua vita di violenza e vizio. Eppoi quella maturità filosofica che si evince dai suoi dipinti, incredibile se rapportata alla sua giovane età. Caravaggio indica la regola umana, la riproduce sulla tela ma la trasgredisce nella vita. Come Pasolini, peccatore, avversario della Chiesa e, al tempo stesso, custode dei suoi valori.​

Nel cinema del comunista Pasolini, “Il Vangelo secondo Matteo” è una testimonianza fedele ed elevata della vita di Cristo al pari delle narrazioni di Zeffirelli, cattolico dichiarato. Non vi è pregiudizio laico ma sentimento religioso. Caravaggio come Pasolini fa diventare protagonisti gli umili e gli ultimi, i borgatari della strada, in una pittura tutta di genere, cioè di soggetto del vivere quotidiano. La Madonna della ‘Dormitio virginis’ del Louvre, è, scandalosamente, una prostituta di Roma annegata nel Tevere con il corpo gonfiato dalla morte improvvisa. Ecco, Dio è ovunque in tutte le manifestazioni umane. Caravaggio, figlio del naturalismo lombardo, diviene il protagonista di un nuovo umanesimo con una serie di invenzioni senza precedenti. Elimina il disegno preparatorio – e qui segue fedelmente i dogmi della scuola veneta con la pittura senza contorno netto, definito – dà vita alla natura morta (è il capostipite di questo genere nuovo, si pensi al celebre canestro di frutta dell’Ambrosiana), rilancia la pittura da cavalletto, più veloce, atta a possibili ripensamenti e, soprattutto, è l’artefice della dialettica del chiaroscuro, in un impressionante effetto teatrale. I suoi dipinti sono vita vera, scena dal vivo, sangue caldo. Non ci sono idealismi, distanze celesti, astrazioni. E il suo personaggio sostiene tutta la sua opera. Ho voluto proporre un olio del 1598, “Giuditta e Oloferne”. La città di Betulia è assediata da Nabucodonosor. In un’atmosfera tetra, rotta da una folata di vento che scuote la tenda vermiglia dello sfondo, quasi fossimo a teatro, si consuma l’orrendo crimine. La Giuditta spicca nella sua sinistra bellezza che accende i sensi, resa ancor più evidente dalla vecchiaccia assetata e violenta a fianco di lei. Si consuma l’atto terrificante. Oloferne volge l’ultimo disperato sguardo al cielo. È la fine. Il sangue scorre rabbioso a fiotti verso di noi, con un realismo sconvolgente della scena, fermata in presa diretta. È un attimo. Il consiglio di morte trionfa. Il demonio proietta la sua ombra nel cuore del Caravaggio assassino e l’atomo opaco del male trionfa. Giuditta uccide ma il mandante è il pittore. Una scena di morte che, seppur in circostanze diverse, Caravaggio avrebbe vissuto davvero nella sua esistenza sconvolta. Sì, proprio lui, cantore controverso di quel Dio che nessuno vede ma che si rivela nei poveri, nei derelitti di via Margutta o di piazza Navona, i luoghi di malaffare che spesso frequentava. Quel Dio che vive dentro gli occhi di coloro che soffrono la solitudine e l’abbandono del mondo distratto.

​53. - 55.  Esposizione Internazionale d'Arte

​La Biennale di Venezia

 Premio Enzo Biagi  2015

RAI - Radiotelevisione Italiana

          

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