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MEETINGS OF HEART

"Ragazzo… di una giovinezza fuori del tempo
che non riconduce all’infanzia
ma gonfia le labbra
ingrandisce gli occhi come un trucco
e rende le iridi scintillanti e chiare
"          (NdF]

I miei giorni dell'Arte



4 marzo 2000

Presso il Salone delle Feste dello Starhotel Savoia di Trieste, la mostra “Echi dell’ultimo Novecento” mi restituisce l’emozione delle grafiche d’autore, passate nel tempo fra mille e mille mani. In collaborazione con l’amico Antonio Questorio, più esaltato che mai, allestiamo una memorabile esposizione con pezzi pregevoli da collezione di Annigoni, Guidi, Guttuso, Nespolo, Schifano. Ed il tempo invidioso non avrà ragione…





17 giugno 2000

La sera in cui le truppe NATO iniziano l’attacco alla Serbia, proprio quella sera, al Savoia di Trieste, alla presenza dell’ambasciatore serbo, di un viceministro del governo Milosevic e del Pope della Comunità serbo-ortodossa, inauguro la mostra di Bojan Zivadinovic, un giovane artista di Belgrado. La sala è gremita, la tensione è palpabile, l’imbarazzo pure. Mi consulto freneticamente con Vittorio Znidarsic, l’allora capo-ufficio stampa del MAI, la mia associazione di appartenenza. ‘Facciamo finta di niente’ mi dice serafico, con l’aria di chi nella vita ne ha viste di tutti i colori, compreso il ’68 armato nelle piazze milanesi. Sì, l’arte non si ferma con la guerra.

Luglio 2000​ – Centro storico di Muggia (TS)

In occasione del Premio Letterario ‘Leone di Muggia’, convinco Vittorio Sgarbi ad andare a visitare lo studio dell’amico pittore Egidio Piras, da Carbonia. Passando fra le macerie di una Muggia demolita, torturata e transennata da infinti restauri del borgo vecchio, a notte fonda, l’armata Brancaleone guidata da Sgarbi, l’assessore alla cultura, il poeta-fenomeno Dobrilovic ed altri ragazzotti, piomba nell’atelier angusto di un Piras in stato catatonico e catalettico, quasi gli fosse apparsa improvvisamente la Madonna di Fatima. Sgarbi entra, dà un’occhiata. Mi pare poco convinto sulla qualità dei lavori. Ma chi ha il coraggio di contraddirlo?

3 novembre 2000
Alla Villa de’Brandis di San Giovanni al Natisone (UD), sono invitato ad intervenire al convegno ‘Tiaris di Cividat e de Badie di Rosacis’ (in lingua friulana, ‘terre di Cividale e dell’abbazia di Rosazzo’). Dopo gli interventi del prof. Vito Sutto, dell’assessore alla cultura e del prof. Michele Ugo Galliussi, intervengo sul tema delle favole e della provincia italiana che è provincia del mondo. Fellini docet. È il paese di mia madre Luigia che, in quell’indimenticabile occasione, è presente in sala.


20 gennaio 2001

‘Memorias del fuego’al Savoia, leggendaria mostra di Ana Erra de Guevara, la matrigna del grande Che. Il personaggio è un mito così come questa anziana signora che, con gli occhi della storia vissuta in prima persona, mi parla di SudAmerica, pampas, desaparecidos, rivoluzioni e Fidel. Ricordo il panico della serata di inaugurazione. Trecento persone in sala di tutte le etnie, duecento in attesa nella hall, traffico sulle rive paralizzato, timore di disordini. Ospiti d’onore due grandi docenti di letteratura spagnola all’Università di Trieste: la prof.ssa Ana Cecilia Prenz ed il prof. Giovanni Ferracuti. Mentre la marea umana avanza invadendo quasi il palco, il presidente Boffoli, tipo capitano Achab, mi urla in barocco barese: “Iniziamo, se no la serata non la pigli più”! Così, in un clima da tregenda, cominciamo. La confusione è immane. Il mio intervento si squaderna in uno stato di trance emotivo con finale ad effetto ed omaggio di rito al mito (loro) Che Guevara. Meglio mantenerli tranquilli, penso. Non si sa mai...

  

5 maggio 2001

Lorenzo Loffreda al Savoia, incisore triestino sui generis, allievo di Giuseppe Serra. Di lui mi hanno sempre colpito quelle incisioni impossibili, quegli accostamenti architettonici surreali, come mettere i tre castelli (Miramare, Duino, San Giusto) tutti assieme in un'unica veduta. Ma lui era così. Stava già male all’epoca. Soffriva di disturbi circolatori che lo costringevano ad indossare ai piedi dei curiosi mocassini neri modello ‘formaggino’. Fatto, questo, che lo faceva assumere una curiosa camminata, come se calzasse scarpe piombate. “Arriva il gatto con gli stivali!”, mi disse un giorno. Se n’è andato poco tempo fa, portato in cielo da quel vento del golfo che tanto amava.



9 maggio 2001

Premio Festival della Televisione Italiana al Politeama Rossetti di Trieste. Inizia la collaborazione triennale con la Gianpaolo Costanzo Meetings. Vengo reclutato dal produttore Costanzo come scenografo e art director. Di quella serata ricordo la concitazione della folla e dei divi. Michele Cucuzza che pare nel pallone, seduto su una panca, si ripassa la parte. I Matia Bazar simpaticissimi, Mino Reitano travolgente, urla cantando quasi fosse alla sagra delle sarde di Cesenatico e dovesse piazzare una cassetta di pesce a buon prezzo. Ricordo ancora il recupero della Pamela Prati smarrita ed in preda al panico, con un valigione enorme, in una viuzza di Trieste, dopo che un tassista, distratto dalle gambe infinite della soubrette, in preda ad una confusione emotiva, l’aveva sdoganata a trecento metri dal teatro. Eppoi Staffelli, Aldo Biscardi e Daniela Poggi. Costanzo che mentalmente fa i conti degli sforamenti di bilancio e pensa che no, non ne vale la pena. “Siamo in trincea”, mi dice preoccupato.  Ed il resto è vita.





31 agosto 2002

Antonio Questorio: 'L'opera nel tempo' - Salone d’Arte Contemporanea di Trieste. Compagno di studio del grande Tancredi Parmeggiani e, a suo dire, il principale ispiratore artistico. Ultimo rappresentante della dolce vita romana, vecchio compagno di baldorie di Tony Renis, si portava con sé una sorta di malinconia crepuscolare che lo rendeva, paradossalmente, pur nella tragicità, assai comico. Una rassegna di dipinti microspaziali (o molecolari, come li deifniva lui) di alto livello. Questorio, in preda ad una delle sue frequenti esaltazioni, si attribuiva valutazioni di mercato surreali, quasi fosse sulla piazza di Las Vegas. Ma era Questorio, e non ci si faceva caso. Nei giorni successivi, Rita Pavone e Teddy Reno vennero a visitare la mostra, e il nostro maestro di cerimonia, in completo panna, si esibì in un clamoroso eloquio concettuale da conferenziere provetto, sotto lo sguardo allibito dei due cantanti.  Oggi che non è più con noi, porto nel cuore il tenero ricordo di un vero artista e di un distinto, stravagante signore con i modi ricercati dei bei tempi che furono, trascorsi tra nuvole di fumo nei caffè e nelle gallerie d'arte.

15 marzo 2003​
“Oltre l’immagine”, la pittura di Elvio Zorzenon al Salone d’Arte Contemporanea di Trieste. Zorzenon è forse il pittore informale più interessante di questi ultimi anni. Ma è una mia opinione. Distratto, scapigliato ed in perenne ansia esistenziale, ha sempre l’aria di chi deve correre alla stazione per prendere il treno ed è in ritardo. Il treno di una vita graffiata, come i suoi quadri. Nella serata d’inaugurazione, ricordo la parata di aristocratici, presentatisi quali committenti, a rendere omaggio al maestro. Una parata di conti, marchesi, nobili non ben identificati e portaborse affolla la sala in una giornata trionfale. Zorzenon gira come una trottola, confuso. Credo che per una volta si sia sentito felice…

13 marzo 2004​
Al Salone d’Arte Contemporanea arriva Siro Muedini, forse il più grande pittore albanese. Istintivo, intuitivo e passionale, riporta tutta la sua tensione esistenziale nei dipinti espressionisti. Il nostro colloquio si svolge con un idioma maccheronico stile italo-inglese che ci fa sembrare, ai più, simili a Totò e Peppino divisi a Berlino. Devo dire, però, che ci si capiva. Perché comunque Siro è Siro. E parla anche nel silenzio.


10 luglio 2004​

Una collezione di dipinti di Novella Parigini, pittrice della dolce vita felliniana. Grazie all’interessamento dell’amico Antonio Questorio, realizziamo al Salone un’esposizione suggestiva, commovente e piena dei colori di quella vita. Ricordo il poster di Mastroianni e la Ekberg nella celebre scena della fontana di Trevi, appeso ad una parete. Un pezzo della mia Roma è qui, stasera. Mentre le donne-gatto mi guardano e ascoltano distrattamente i miei macchinosi discorsi d’arte.


26 ottobre2004​

“Cinquant’anni in fiore” il libro di Nidia Robba viene presentato al Caffè Tommaseo di Trieste, dedicato al 50° anniversario del ritorno di Trieste all’Italia. Al banco dei relatori siedo accanto a tre generali con tanto di medaglie, croci e cipiglio d’ordinanza. In fondo al tavolo, l’onorevole de’ Vidovich, con un terrificante papillon azzurro, tiene una specie di personale comizio sull’attuale situazione politica italiana. Inizia la cerimonia. Nel mio intervento peso le parole, le ferite di chi ha subito il trasloco da un paese all’altro sono ancora aperte. Nidia non c’è, la sua invalidità glielo impedisce. Ma il libro parla, eccome. Parla di quei bersaglieri, di quel vento, di quelle genti che agitavano le bandiere del ritorno. Bentornata Italia.



2 dicembre 2004​
Dimitrije Popovic, il maggior pittore croato, al Palazzo Morpurgo di Trieste. Il fracasso e la confusione sono sempre la caratteristica delle inaugurazioni, nonostante ci si sforzi di manifestare compostezza. Entro in sala di buon anticipo vestito in gramaglia totale a righe. Come entro, una giornalista di Tele Zagabria mi piazza a tradimento un microfono ad un centimetro dalla bocca, mentre sto pensando al curioso accostamento delle fragoline californiane (siamo a dicembre!!) con lo champagne. Mi punta una telecamera ed un faro. “Siamo in diretta”, esclama in perfetto italiano. “Cosa pensa, cosa le piace, cosa no?”. Rispondo come un automa, andando di repertorio. Quella che io chiamo la comunicazione senza pensiero.La mia prolusione inaugurale avviene in una splendida sala settecentesca, gremita all’inverosimile. Arriva il console  di Coazia, poi la viceconsole. Di seguito il viceministro della cultura con relativo codazzo, e, inaspettatamente uno dei Benetton, sponsor della cerimonia. Spunta anche, da dietro una pianta, l’immancabile conte Zucco. Poi il prof. Menato, direttore della Biblioteca Statale. Ci dispongono in fila. Pare un funerale mondano in cui si festeggia la scomparsa, era ora, di un caro estinto non ben identificato. L’unico non bardato a lutto è il prof. Molesi che, anzi, sfoggia uno spezzato verde-speranza pallida e consueto elefantino dorato al collo. Inizio raccontando due aneddoti relativi a Dalì. I politici croati ed i rappresentanti della Comunità ridono divertiti. Non ho mai capito, però, se avessero afferrato il senso delle mie parole o se, viceversa, fingevano di ridere così, per cortesia. Mentre le uova surreali di Popovic friggono sulla tela.

3 dicembre 2004 Udine, Palazzo Belgrado - Salone del Patriarcato

Presentazione del libro ‘Le spire del tempo’, di Marisa Alberta Cuttini


La scrittrice arriva trafelata, in preda ad un’agitazione biblica. Si muove nervosamente fra i saloni affrescati dal Quaglio. L’interno del Palazzo è spettacolare. Ci accomodiamo nel salone principale. “All’inizio della serata ci sarà una sorpresa”, mi sussurra all’orecchio. Calano le luci. Parte una musica ed arriva la sorpresa muliebre. Entra una ballerina in tailleur confetto taglio francese. Mi dicono abbia 17 anni ma, truccata all’inverosimile, ne dimostra senz'altro qualcuno di più. Accenna qualche passo di danza. Poi di colpo, si agita, corre, rotola a terra, si toglie la giacca, si slaccia la gonna. Rimane in sottoveste e collant. Sarà uno scherzo, penso. No, è una performance postmoderna, tipo femme publique. Coinvolgente, questo sì. Attorno a me vedo la gente convinta per davvero dell’artisticità del numero. Ma ancora oggi mi chiedo cosa c’entrasse con il libro, una raccolta di considerazioni sullo spiritismo ed i culti orientali.

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10 marzo 2005

Antonio Baccarin, chioggiotto, al Palazzo Morpurgo di Trieste. Una mostra fantascientifica, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La pittura tubolare invade le pareti immense. Lo spazio da grandioso diventa improvvisamente piccolo. Fasci di carbonio fuoriescono dalle tele accartocciandosi su se stessi. Un spettacolo mai visto. Baccarin sorride. “Non basta essere né bravi né bravissimi per riuscire… bisogna andare oltre”, mi dice. Ma oltre dove? Dalle malinconie decadenti di una Chioggia sonnolenta scaturisce un’energia nuova. Sono le invenzioni di Baccarin.  





3 aprile 2005

‘Dives in misericordia’ presso la Chiesa di San Luigi Gonzaga in Trieste. Una delle rare volte in cui l’arte si presenta in un luogo sacro, a Dio piacendo. Una mostra collettiva. C’è commozione, oggi. È appena scomparso papa Wojtila. Anche i quadri, lungo la navata, piangono. E noi siamo ancora qui. Con il sorriso di don Vittorio, parroco, teologo e mecenate.





19 marzo 2005

Piero Esposti al Salone d’Arte Contemporanea. Un personaggio. Ci porta in salone i suoi manichini fatti di pistoni, bielle, ruote dentate. Quintali di peso da sistemare. Temo per la mia schiena, ma i suoi carrellini da trasporto fanno miracoli. La sensazione finale è gelida, metalmeccanica ed infine metafisica. Parliamo di arte moderna, di Lucio Fontana. “Sì, lo conoscevo”, mi dice. ”Era mio zio” bifonchia sornione. Lo guardo allibito.





28 maggio 2005

Antonio Baccarin e la mostra post-spazialista “Controtempo” presso la galleria Carlo Livi di Prato. In un caldo sahariano, come non si vedeva in Toscana a maggio da 500 anni, arrivo in galleria verso le 18. Un Baccarin sorridente, impassibile ed asciutto, sfoggia la consueta calma olimpica. Io, in giacca blu scuro e cravatta come al solito, ho l’impressione di essere alle crociate e d’indossare una pesante armatura. Alla fine del mio intervento, ripreso da Tele Toscana, il gallerista mi chiede: “Le piace la Toscana?" Stremato e disidratato, credo di non avergli neppure risposto.





6 ottobre 2005 Lectio magistralis presso l'Università degli Studi di Trieste

Il tema è il rapporto tra letteratura e mondo giovanile. Intervengono il prof. Daniele Damele, lo scrittore Igor Gherdol, la dr.ssa Mara Bianchi ed io. Molta attesa, molta animazione per un argomento che è sempre materia di dibattito. In Italia si scrive molto ma si legge troppo poco, ed il mondo virtuale della rete certo non aiuta. Ma rimaniamo positivi, tutto sommato, nell'intento di difendere a spada tratta il libro dall'estinzione. Poi, tutti dal Rettore per un augurio istituzionale. 

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7 aprile 2006​ - Pietro Piccoli: 'Silenziosa Luce' 

Trieste, Salone d’Arte Contemporanea. Arriva da Latina questo artista divenuto famoso in America. In una giornata di bora apocalittica, con raffiche a 130. È un uomo imponente con occhi da bambino e voce da omone. La sua pittura è tutta un gioco di riflessi sull’acqua, di colori, di imprevisti. All’inizio non mi convince, mi pare troppo manierata, affettata, ma ruffianamente mi guardo bene dal dirglielo. Però col tempo Piccoli ti cattura con i suoi silenzi, le sue luci. Mi presenta Nadia, una sua allieva. Totalmente diversa dal maestro nello stile, non ha nulla in comune con lui, in tutti i sensi. Fu un’inaugurazione viva, coinvolgente, simpatica. Conservo un ricordo sempre caro di questo giorno da cui, poi, sarebbero nate amicizie nuove. Di quelle che lasciano, nel tempo, un indelebile segno. E la storia continua.

11 aprile 2007 – incontro col ricercatore e studioso Stefano Senni presso la sede artistica del MAI. Vestito con abiti in tessuto naturale color avorio, pare un capo religioso. Arriva quasi all’inizio ed è come un’apparizione. La gente lo guarda ammirata. Emana fascino, mistero, arcaica ed arcana bellezza. La nostra conversazione si squaderna con un botta e risposta vitale in cui Senni ne esce sempre al  meglio, facendo quadrare il cerchio diverse volte. Le mie sono domande estreme. Se esistono più infiniti, se il passato è infinito, spiegazioni sul volto di Dio, disquisizioni cristologiche. Senni risponde sempre. “Tutto sta nell’intendersi sui termini”, mi dice con naturalezza. Certo che è così. Che altro?

14 aprile 2007 - "Dalle rive dell’Arno al mare di Trieste”

 

Gemellaggio con i poeti toscani, presso la Casa della Musica di Trieste. Insuperabili, questi toscani. Nel sentimento dei versi e nelle goliardate. “Ma lo sa, Bonomo, che Firenze nun l’è così bella come Trieste?” Sarà, penso. Con poca convinzione, però.





 

18 giugno 2007 Roma, Auditorium della Banca d’Italia 
Presentazione del libro “Fiducia” di Marina Grassi


Gli amici romani mi avevano avvertito che il luogo non fosse dei più promettenti. Una periferia di Pasolini, pur rinnovata, precisamente. Arriviamo sul posto partendo dalla stazione Termini dopo circa un’ora di tassametro. Il conducente ci guarda, ben vestiti e stirati per l’occasione, con l’aria interrogativa di chi si chiede 'cosa vadano a fare questi' in quella suburra romana. La canicola terrificante gl’impedisce comunque di fare tante elucubrazioni sul tema. Ci sbarca davanti ad un portone blindato scorrevole. Suoniamo. D’incanto si apre mostrando uno scenario antitetico al quartiere. La costruzione elegante è una cattedrale nel deserto di periferia. Un ampio parco con limoni e aranci fa da contorno. Sembra una base militare. Entriamo scortati da una guardia e dalla sua diffidenza. L’auditorium è bellissimo, raccolto e confortevole. Poche le persone in sala, ma non me ne faccio meraviglia. Inizia l’incontro con una performance di piano. Applausi. Poi la mia introduzione e, nel finale, la dolcezza e il sorriso di Marina che ringrazia in un pomeriggio romano pieno di sole. Ed è Fiducia.





2 luglio 2007Venezia, Scoletta San Zaccaria
“Viaggio nell’immaginario” - esposizione collettiva


La cornice quattrocentesca del vecchio monastero annesso alla monumentale Chiesa di San Zaccaria è quanto di meglio un artista possa desiderare a Venezia per un progetto espositivo. Il luogo è incantante nella quiete del campo a pochi metri dalla riva degli Schiavoni. Un'oasi di silenzio improvviso che contraddice il frastuono della Venezia assediata dai turisti. Il caldo è opprimente nella la giornata di estate piena con un sole implacabile, ma la città val bene il disagio climatico. Lo spazio espositivo vive la suggestione del tempo. All'interno i restauri sono stati discreti e rispettosi della memoria del luogo. Intatte le strutture interne, i muri perimetrali ed i colori dei mattoncini originali. Le opere in mostra, numerosissime, sgomitano fra loro reclamando attenzione e considerazione. Del resto è il destino ed il cruccio delle collettive risultare in qualche modo sempre problematiche negli allestimenti. Saluto il prof. Pilla, riferimento indispensabile della critica veneziana e l'amico Diego Valentinuzzi, nella veste di curatore dell'evento. Dopo i saluti ed i convenevoli, inizia la cerimonia. Intervengo nella parte iniziale e da subito mi rendo conto che il caldo abominevole ha la meglio. Decido allora per una presentazione breve, sommaria, rinunciando ad ogni lungaggine critica. Dopo dieci minuti il mio intervento termina, e fin qui tutto bene. Ma accade l'imponderabile. Prende la parola il prof. Pilla che appare asciutto, serafico ed entusiasta. Inizia la disquisizione. Il professore, aggiustandosi l'impeccabile giacca blu, ha la brillante idea di avventurarsi verso una prolusione infinita, quadro per quadro, che durerà circa un'ora e un quarto. Mantenendo costante il suo aplomb, pare non scomporsi più di tanto mentre la gente inizia a guadagnare l'uscita in cerca di refrigerio, temendo il collasso. In qualche modo ammiro il suo atteggiamento stoico per non dire eroico. Quando Dio ha voluto, arriva alla conclusione. “Scusate la sintesi, ma non volevo dilungarmi troppo, date le circostanze”, sarà la sua frase di commiato. Incredibile ma vero.

19 ottobre 2007Redipuglia (GO), atrio della Regia Stazione
Mostra di pittura “Sentieri di Pace” di Vincenzo Marega


In una serata già fredda entriamo in questa stazione della storia. Lungo il percorso, distese a terra, rose bellissime bianche. I quadri di Marega fanno capolino alle pareti, avvolti nel filo spinato. Entro nel salone principale e, subito, vengo accolto da urla scomposte di un energumeno in eskimo sessantottino. Blatera qualcosa in dialetto longobardo friulanizzato. Ce l’ha con qualcuno, ma non si capisce bene chi sia. Le urla salgono di volume mentre si avvicina l’ora di iniziare. Pare il movente sia il tema della mostra, interpretata, a suo dire, quale apologia bellica ed incitazione alle armi. Rimarremo ostaggio di questo tizio quasi tre quarti d’ora. I carabinieri lo scorteranno, provvidenzialmente, in caserma. Inizia la serata. Compaiono sulla scena militari in divisa d’epoca. Partono le note del pianoforte del cantautore Andrea Chimenti. La suggestione è notevole. Più in là, fra gli scaloni del sacrario che culmina con le celebri tre croci sospese nel cielo, ci sono centomila ragazzi che riposano da quasi un secolo.

18 novembre 2007 – Spilimbergo (PN), Galleria L’Escale
‘Anime immortali’, dipinti di Sandra Zeugna


Una mostra che non potrò più dimenticare. Nelida Toniutti, novella gallerista, mi accoglie con una dolcezza infinita. I dipinti di Sandra fulminano lo sguardo. Alcuni rasentano l’equilibrio assoluto, dove cioè senti di non poter cambiare neppure un dettaglio, né aggiungere un colpo di pennello. Una pittura che vive, si determina, ti invade. Sandra dedica l’esposizione ad un ragazzo che guardava troppo lontano per rimanere con noi. Si chiamava Paolo. Comincio la presentazione avvertendo distintamente i miei battiti del cuore. I pensieri mi appaiono chiari, i dipinti mi parlano. Potrei anche non pensare perché le parole e le frasi, comunque, da me uscirebbero belle e compiute. Non so il perché, o forse sì. Ma questa è un'altra storia…

 

16 febbraio 2008 – Trieste, Antico Caffè San Marco

Convegno “La tenebra e le croci” e presentazione del libro “Valcento” di Giancarlo Pavat, triestino di Villa Santo Stefano (FR). Uno dei momenti più toccanti della mia carriera artistica. Il Caffè è invaso nel tardo pomeriggio da una moltitudine di amici, appassionati, curiosi. Sono oltre duecentocinquanta. L’argomento è atteso. Forse stasera l’amico Pavat ci svelerà l’ultimo mistero sui Templari. Entra la delegazione al suo seguito con in testa il sindaco di Villa Santo Stefano, Enrica Iorio, una bella e giovane ragazza bionda, poi l’assessore, il consigliere, la presidente della Pro Loco. Il clima è di una festa surreale, esoterica. Stasera il tempo si è fermato. E partiamo per le crociate.

5 aprile 2008 – Ezio Farinelli al Salone d’Arte Contemporanea di Trieste

Le sue donne eleganti ci guardano fascinose nel contesto di una calda pittura d’ambiente. I dipinti sono alberi in fiore, trionfo e pienezza di una vita muliebre giovane sempre. Farinelli è personaggio spettacolare e tiene banco alla grande con un repertorio di aneddoti alla Lando Fiorini. In dieci minuti ci racconta i segreti di cinquant’anni di vita romana. Sì, la sua pittura è lusso, calma, voluttà e sensualità. Ed è incredibile come un uomo riesca ad intercettare in misura così profonda il risvolto psicologico dell’universo femminile.

14 giugno 2008 - Alatri (FR), Palazzo Conti-Gentili 

'Valcento. Gli ordini monastico-cavallereschi nel Lazio Meridionale'

a cura di Giancarlo Pavat - presentazione del libro e conferenza tematica 

 

Siamo a ridosso delle invincibili mura ciclopiche di Alatri in una giornata di prima estate. Ogni volta che rivedo quei massi giganteschi disposti secondo un misterioso ordine dagli architetti del tempo, è un'autentica meraviglia. Come è stato possibile sollevarli con i mezzi dell'epoca (forse 3000 anni fa) ed incastrarli perfettamente fra loro senza l'ausilio di calce o cemento? Eppoi, da chi? Curiosità, suggestioni. Inizia la presentazione in una sala gremita di studiosi di storia medievale, archeologici (tra cui il prof. Italo Biddittu, già scopritore dei resti dell'homo cepranensis nel 1994), giornalisti ed autorità locali. E' il periodo in cui si parla insistentemente del Codice da Vinci, dei misteri nascosti di Leonardo, dei Templari. Al momento del mio intervento, colgo l'occasione per esternare qualche mia perplessità in merito a questi enigmi da film o da romanzo, utili al botteghino. Sostengo la tesi che forse Leonardo non avesse in mente tutte queste storie esoteriche, e non apparteneva ad alcuna società segreta, ad alcun Priorato. In fin dei conti ha sempre ribadito nei suoi scritti di essere un semplice, un homo sanza lettere. E magari, per lui, l'Ultima Cena era solo una cena di commiato, e la Gioconda una donna fiorentina che aveva ritratto su commissione, individuandone alla perfezione i tratti psicologici. Non so perché, ma il libro di Pavat - puntuale e rigoroso nella stesura dei fatti storici - mi sollecita queste considerazioni, non propriamente in tema. Mi attendo qualche cenno di disappunto, qualche domanda provocatoria. Invece no. Partono gli applausi. Tanto meglio, penso tra me e me, con una certa soddisfazione. 

 

24 gennaio 2009 - Salone degli SpecchiGiarre (CT)

Pietro Piccoli presenta la sua monumentale monografia presso il leggendario Salone degli Specchi del Municipio di Giarre. L’accoglienza siciliana è festosa e colorata in una giornata che già annuncia la primavera. La Sicilia è la Sicilia. La vita appare più semplice e immediata, distante dai contorcimenti mentali del resto dell’Italia. Nel pomeriggio ci spostiamo presso il Centro espositivo “Francesco Messina”, nel cuore del centro storico. L’ordine e soprattutto il numero degli interventi preannunciano un palinsesto arduo e complicato. Sono previsti saluti, commenti, congratulazioni, baci, abbracci e quant’altro di Maria Teresa Prestigiacomo (cugina del celebre Ministro), la gallerista di riferimento di Giarre, la leggendaria Lucia Rocca ed una sfilza interminabile di politici locali, disposti in sequenza come ad una parata elettorale, invitati a dire la loro. Per ultimo è in programma il mio commento critico. La cerimonia è organizzata davvero con cura, con una squadra di giovanissimi valletti in divisa ed un’altra di freschissime veline siciliane in tailleur a ricevere gli ospiti. Sulle tavole imbandite quanto di meglio si possa immaginare. Arancini di riso, cannoli ai canditi, paste reali, dolci alle mandorle ed al pistacchio di Bronte. La manifestazione ha inizio. L’idioma politichese, come un demone, invade la sala. Dopo venti minuti l’attenzione si sposta verso i ben più appetitosi manicaretti. I bla bla interminabili e gli slogan augurali si susseguono implacabili. Poi, dopo un’ora, tocca alla Prestigiacomo ed inizia una via crucis fra citazioni di Ulisse ed altri incidenti mitologici. La gente in piedi sbuffa, è stanca, fa addirittura caldo nonostante gennaio ed il portone spalancato. Quando santa Rosalia ha voluto, mi cedono la parola. Sono preso da un leggero senso di panico. La distrazione è totale e, a quel punto, valuto la possibilità di inventarmi qualcosa anche se il confronto con i dolciumi locali è duro. Inizio allora ad alzare il tono della voce come fossi allo stadio. Lodo la Sicilia, il sole, il pistacchio e gli aranci che non c’entrano niente con il tema dei quadri, ma tutto si può sfruttare per fare scena, diceva Gassman. Il vento cambia e l’attenzione verso i relatori, nella fattispecie me, ritorna. Mi sento una via di mezzo tra Claudio Cecchetto e Fiorello, costretto dalle circostanze ad improvvisare un talk show più che una lettura critica. L'intuizione funziona. Il pubblico siciliano premia la mia audacia e si mostra generoso, entusiasta, a patto – e lo si capisce chiaramente – ch’io sia breve, conciso ed eviti sermoni di ogni natura. Applausi a scena aperta con consegna finale al sottoscritto di targa di ordinanza al merito (forse per la brevità?) dalle mani della simpaticissima amica Lucia Rocca. Sollievo mio e di tutti. Zafferana Etnea, sulle pendici del vulcano grande ci aspetta per un’indimenticabile cena con contorno di luna nuova ed una notte piena di stelle.

2 maggio 2009 - Trieste, Salone d'Arte Contemporanea

Antonio Sgarbossa, pittore padovano, arriva trafelato con le sue ragazze famose appese alle pareti. Sono da poco passate le 18 e fra poco si inaugura. La sua pittura rasenta la perfezione, non c'è ombra di dubbio (e né di modernità, a dire il vero). Le ragazze hanno il sole dentro. Sono semplicemente vive e vitali. La presentazione scorre fra il palpabile entusiasmo degli astanti. I dipinti hanno colpito al cuore, eccome. Troppo belli, troppo emotivamente coinvolgenti. Qualcuno precipita dentro le opere, con il rischio di non poterne più uscire. Altri s'innamorano perdutamente di quei volti mentre alcuni paiono sussurrare alle tele “perché non parli?” Arriva il momento della tradizionale e fatidica intervista con il pittore. Con la consueta mia ilarità, chiamo Sgarbossa. Snocciolo felice la prima domanda ma non ottengo risposta. Alla seconda il maestro proferisce un “sì, forse …”. Alla terza idem. Decido allora di correggere il tiro. Cerco di portarlo su qualcosa di meno tecnico e di più colloquiale, ma il risultato è sempre un tragico e totale silenzio. Pare il paziente seduto sulla poltrona del dentista. Chiamo allora un applauso liberatorio per stemperare la tensione. Mi accorgo, però, che il nostro grande artista, da me battezzato con due paroloni esponente dell'iperrealismo animico, dietro un muro di silenzi ed ansie, rivela una qualità rara e straordinaria: la riservatezza. La mia perplessità si trasforma allora in ammirazione. In un mondo di primedonne, finalmente qualcuno che vuole essere semplicemente se stesso nell'arte senza suonare la grancassa della vanità. E' Sgarbossa, pittore sensibile e gentiluomo, con l'eccellente capacità di parlarci dell'eterno femminino con una naturalezza tutta sua che lo rende umano, troppo umano. Un animo delicato, discreto ed attento che ha compreso le donne, rivelandoci il loro intimo attraverso la pura luce che carezza religiosamente quelle forme assolute.

7 maggio 2009 - Teatro Comunale di Ferrara

Presentazione della mostra di Roberto Comelli
La scomposizione visiva - pittura contemporanea a teatro



Ferrara bellissima ci accoglie nelle sue giornate migliori che preludono l'imminente estate. C'è molta attesa per questo evento sperimentale che vuol coniugare la pittura ampia e movimentata di Comelli con le suggestioni di un teatro che, proprio nella Ferrara degli Estensi, vide la sua nascita nella concezione moderna con testimonianze – legate alle celebrazioni del carnevale – già dalla fine del '400. Con lo staff del pittore, nei mesi precedenti avevamo pensato ad un evento innovativo che potesse valorizzare al meglio una pittura dinamica e ricca di accesi cromatismi. Da parte mia, coltivavo da sempre l'idea di portare l'arte figurativa nei teatri per una naturale associazione di linguaggi espressivi che ho sempre visto legati far loro. Così, dopo infinite consultazioni diurne e notturne, prevalse la mia linea. Coinvolgemmo la gallerista Monica Benini, il Corpo di Ballo di Melania Durca dell'Opera di Bucarest, l'attrice Michela Cembran e la pianista Ilaria Lauro, tutte eccellenti professioniste. I tempi concessi per l'allestimento furono molto stretti. Il teatro aveva regole rigidissime e bisognava considerare le problematiche di Soprintendenze, assessori, personale di servizio, vigili del fuoco, autorizzazioni comunali e una marea di prove da coordinare. Ben presto mi resi conto che le cose non sarebbero state così semplici come le avevo immaginate. Infatti, allestimenti e prove (decine di ballerine e attrici) durarono quindici ore filate, in un'atmosfera da corsa olimpionica con tanto di ostacoli. A mezz'ora dallo spettacolo stavamo ancora spostando quadri tra lo sguardo perplesso del direttore del teatro che si chiedeva come avremmo fatto ad iniziare. Comelli è agitatissimo e, da buon lombardo pignolo, gira e rigira i suoi papaveri dipinti per i ritocchi dell'ultimo momento. Due quadri, in particolare, non trovano pace fra le sue mani. Qui, sopra, in basso, magari in alto oppure di lato? Con il cuore a mille, corro in camerino a vestirmi per la serata. Mancano tre minuti all'inizio ed il teatro, come regola, non aspetta. Una passata velocissima di fondotinta ed arrivo nel retroplaco con la mente totalmente vuota. E' il tipico effetto che procura il teatro. Una volta Gassman, a Bologna, davanti a 2500 persone per la recita del Paradiso, uscì in scena e disse: 'Scusate, non mi ricordo più nulla'. Partì un fragoroso applauso nonostante tutto. Quel ricordo non mi consola affatto, in verità. Ma è solo una sindrome passeggera, e il demone ansiogeno si allontana. Si accendono le luci. Parte la musica. Le ballerine, leggere come farfalle, portano vita nuova alle scene dipinte che improvvisamente si animano. I papaveri giganteschi si muovono davvero, il sole risplende ed entra in scena il vento di primavera. E' tutto vero o è il sogno della pittura? 
 

4 giugno 2009 - 53.Biennale di Venezia
Progetto 'Blue Zone'


Mi ritrovo così catapultato alla Biennale, il campionato planetario dell’arte, nella galassia delle stelle che indicheranno le direzioni da seguire nel futuro agli addetti ai lavori ed agli increduli – per non dire frastornati – visitatori dei padiglioni che si ritroveranno ad interpretare il Verbo, posto che ve ne sia uno. Ho sempre pensato che la Biennale fosse una via di mezzo tra un circo popolato da clown e bipedi implumi alla disperata ricerca di pubblicità ed un’officina di idee realizzate nella maniera più sconvolgente possibile. Di sicuro una grande passerella, un grande evento mondano se non altro per il grande fracasso mediatico che ricrea una suggestione in cui la psicanalisi potrebbe ben dire la sua. Sia come sia, la Biennale è sempre la Biennale. Un po’ come il festival di Sanremo: inutile contestarlo, perché tanto esisterà sempre e tutti lo guarderanno. Anzi, questi baracconi proprio di polemiche si nutrono. E’ la prima volta, però, che vivo la manifestazione non da spettatore ma in una squadra di protagonisti. Arrivo in laguna in una giornata campale, con un caldo umido simile a quello di Bangkok. Ad attendermi in Campo San Zaccaria, davanti all’omonima scoletta veneziana, l’ideatore Emiliano Bazzanella e l’amico Diego Valentinuzzi. L’atmosfera all’interno dello spazio è a dir poco surreale. Monitor accesi contemporaneamente restituiscono una situazione babelica di assoluta incomprensibilità, quadri disposti in terra alla rinfusa, panni azzurri a coprire i pochi dipinti alle pareti, luce metafisica azzurra diffusa ovunque. Intorno, noi che guardiamo come in una veglia solenne. Ci siamo, penso. Eccomi in Biennale. Al piano di sopra stessa situazione. I soffitti altissimi rendono l’ambiente maestoso. Quell’atmosfera inizia a piacermi. L’arte non c’è più, violentata dall’indifferenza collettiva. Tutti parlano e non si comprende nulla. Del resto proprio Platone sosteneva che sarà l’opinione a distruggere il mondo. Ma tant’è. Tutti hanno un’opinione su tutto, ognuno si costruisce il proprio dio personale – disponibili anche comode versioni mignon per insipienti ed illetterati – e tutto quanto va bene per apparire. E qui è perfetto Bazzanella quando cita Guy Debord (autore de “La società dello spettacolo”) nella presentazione del catalogo progettuale. Ecco il giorno della babele contemporanea post-human, del qualunquismo, della centrifuga mediatica. La crisi dell’estetica e, di conseguenza, dell’etica. La presentazione torrida inizia nel tardo pomeriggio. La curiosità è palpabile. La gente ci guarda, attende delle indicazioni, vuol capire se Blue Zone sia realtà, incubo o chissà cos’altro. Il tono solenne del prof. Pilla, mio collega relatore, è conciliante, persuasivo, direi assolutorio dell’eventuale peccato. Il mio discorso è altrettanto persuasivo, almeno credo. Non percepisco contestazioni e neppure pernacchie. Penso che, magari più tardi, qualcuno mi prenderà da parte per farmi il pistolotto sulla buona creanza o il sermone sul dove andremo a finire. Invece, al termine il clima è disteso. Forse non abbiamo sparato poi sulla Croce Rossa o violentato qualcuno. La soddisfazione è generale. In qualche modo, anche noi abbiamo scritto una piccola pagina di storia e questo è quello che conta. Intanto, di là del campo, la mia Venezia di sempre, quella che accetta tutti pazientemente, si veste dei colori del crepuscolo. Nelle strade iniziano la mondanità e gli improvvisati defilé sulla riva degli Schiavoni. A proposito. Come son cambiati i tempi. Qui non sbarcano più i prigionieri dalmati, gli schiavoni appunto, come venivano chiamati, ma tanti cicisbei in giacca scura, primedonne svolazzanti in abito lungo, direttori artistici, artisti e presunti tali, critici, criticacci con licenza di uccidere verbalmente chiunque osi contestare i loro editti, diligentemente trascritti su lucidissimi cataloghi. Sia come sia… complimentacci a tutti, direbbe Carmelo Bene.​ Anche al mio amico Antonio Questorio, giunto in laguna con un look anni '60 e bastone con pomo in argento...

7 novembre 2009 - Spilimbergo (PN), Galleria L’Escale
Le mele di Malfattore


C’è stata molta attesa nei giorni precedenti la vernice di Giuseppe Malfattore, surrealista palermitano di idee trasgressive e colorate che mescola erotismo e religiosità, atmosfere cimiteriali e richiami orgiastici. Attesa e preoccupazione, soprattutto per la dinamica e gioviale gallerista Nèlida Toniutti alle prese con un allestimento a dir poco incandescente. Sì, perché Malfattore proprio a questo aveva puntato, in vista della mostra. Fare notizia, infrangere le barriere dell’ipocrisia, turbare le coscienze imperturbabili magari con il rischio di ricevere qualche legnata da un sacerdote di passaggio, così, a titolo di divina ammonizione. Ma tant’è. Ormai era fatta, tra ripensamenti e rimbrotti vari. Arrivo a Spilimbergo in una giornata autunnale apparentemente anonima e normale. Passeggio per le strade prima di giungere in galleria non senza qualche preoccupazione, viste le premesse. Arrivo nello spazio espositivo. Mi accoglie la Toniutti con un sorriso tirato ma cordiale. Guardo l’insieme delle opere. Il colpo d’occhio (ovvero la prima impressione che per me conta moltissimo poiché determina se vi sia o meno “la mostra” nel senso letterale) è notevole. Percepisco tanto colore, grandi dimensioni, forme sinuose. Dal generale passo al particolare, allo studio analitico dei contenuti e del dettaglio naturalistico. Mi accorgo che le scene sono incredibili, piene di richiami simbolici ed esoterici, di angeli e demoni, di vita e di morte. Eppoi corpi nudi, simboli fallici, genitali femminili estrapolati dal contesto, vescovi benedicenti in fuga, rovine di templi greci, crocifissioni e mele, tantissime mele ovunque. In una tela di grande formato, due donne nude siedono in una specie di prato inquietante, da incubo dechirichiano. Pare una colazione sull’erba. Fra loro, un grazioso maiale con un crocifisso al collo le contempla quasi compiaciuto. A quel punto, comincio a considerare che forse succederà qualcosa, tipo una denuncia o una scomunica. Prevedo scenari apocalittici. Penso che forse mi interromperanno o mi impediranno di proferire parola con lanci di verdure miste o frutta, chissà. Mi accorgo che la gallerista, in via precauzionale, ha tirato le tendine della galleria occultando la visuale dall'esterno. La gente comincia ad affluire. Decine e decine di persone entrano trattenendo stupore e ilarità. Malfattore è soddisfatto, beato fra i consensi palesi ed i dissensi (assai pochi) taciuti. Inizio la presentazione in un clima da teatro dell’assurdo di Ionesco. Cala un silenzio surreale. Ci siamo. Nella trattazione critica, sottolineo forse la cosa principale: la dimensione oscura dell’inconscio, il suo apparente disordine ed il probabile linguaggio codificato in un ordine, secondo quanto sosteneva Lacan, il grande psicanalista francese del novecento. In quella mezz’ora, mi accorgo di percepire in sala una varietà di stati d’animo da manuale di psicanalisi. Ma, il clima generale è positivo. Il messaggio pare sia arrivato. Il pubblico, convinto, sta dalla nostra parte. Applausi. Chiamo Malfattore. E’ piacevolmente emozionato ed entusiasta. Legge una specie di epistola interiore che pare un proclama liberatorio di ringraziamento per tutti. Poi chiama la dolcissima moglie Giovanna che arriva con dei cesti di mele da offrire ai presenti. Nessun lancio in arrivo! Nel giardino dell’Escale possiamo mangiarle tranquillamente. Mi guardo intorno. Non vedo diavoli tentatori né angeli con le spade pronti alla cacciata. Per fortuna i tempi sono cambiati. Con Malfattore, ne addentiamo una ciascuno. Credo di non aver mai mangiato una mela così gustosa.

4 dicembre 2009 - Monfalcone (GO) – Spazio Katy House
Pierluigi de’ Lutti, grande artista e gentiluomo


Arrivo al salone in una serata da tregenda, dopo aver attraversato un diluvio da far invidia a quello universale. Da subito ho la percezione di uno spazio immenso, elegante, creativo. Entro e scorgo fra la folla il maestro de’Lutti, una stella della pittura informale. Mi accoglie trafelato e gioviale, con l’aria da eterno ragazzo. E’ appena arrivato da Venezia e forse è affaticato. Mi accompagna nella sala principale. Con stupore, mi accorgo che non si vedono quadri ma solo pannelli coperti da grandi drappi di raso bianco. La grande mostra, con opere di formato considerevole, è occultata alla visuale del pubblico. L’atmosfera, però, è fantastica. Un circo bianco. Non si vede nulla, solo spazi bianchi, pavimenti bianchi, luci bianche. E una corriera scura parcheggiata di traverso verso il centro dello spazio, allestita a mo’ di reception. Pare il set cinematografico di Fellini ne “La voce della luna”. Guardo in alto e mi aspetto che da un momento all’altro essa possa calare dal cielo. O, in alternativa, guardo se ci sia un corpo di ballo pronto all’esibizione. Chiedo a de’Lutti in quanti interverremo in quel posto metafisico, in quel non-luogo così importante ed esteso. “Solo tu”, mi risponde serafico. “Bene”, dico fra me e me. “Siamo a posto …”. Avanti Savoia, penso. Nel frattempo gli ospiti iniziano ad affluire. Il salone si riempie di bella gente dal palato fine. De’Lutti mi accompagna verso i pannelli. Solleva piano i lenzuoli inquietanti e mi fa vedere i quadri ad uno ad uno. Noi, da fuori, semicoperti, sembriamo fantasmi che parlano. Sotto i drappi, lo spettacolo dei dipinti giganteschi. Sembrano tanti immensi pianeti dove nel suolo accade di tutto. Perturbazioni atmosferiche, eruzioni vulcaniche e scie di lava, ispessimenti tellurici, colorazioni violente ed improbabili. Uno spettacolo della meraviglia che ci scuote e ci impone attenzione, attenta presenza. L’occhio è catturato da una miriade di richiami, la pittura definisce l’interiorità forte e suadente di un artista grande e tecnicamente preparato. Capisco i consensi americani (l’artista è presente al MoMa di New York con opere ed il catalogo “L’attuale Spiritualismo” nell’esclusiva Libreria del Museo) e non solo. De’Lutti è come una cometa o un’aurora boreale. Va visto di persona e le parole sono sempre inadeguate, insufficienti, perché la sua pittura ci coglie di sorpresa, come un risveglio di colori e luci nel cuore della notte. E infatti molti attendono il discorso del critico sottoscritto, proprio qui dove “ogni dire sarebbe corto…” ed ogni presentazione forse superflua. Ma vale la pena di esserci, perché ci sentiamo nel centro dell’arte contemporanea. Poco prima di iniziare la conversazione d’arte, smette di piovere. Anche il cielo si tace, per riguardo, davanti a quella pittura assoluta. I drappi si strappano, si alza il sipario sul nostro tempo. L’estetica si muove con le epoche, con la storia dell’uomo. Questo è il linguaggio odierno del sentire più che del vedere il dato reale oggettivo. Non ci sono scorci naturalistici riconoscibili o vedute da salotto buono per la compiacenza di damine incipriate. L’ultima Biennale di Venezia è stata intitolata “Making worlds” ossia “Fare Mondi”. Ecco, il compito dell’artista è proprio questo. Creare quei mondi nuovi che sono il frutto della sua privatissima percezione coscienziale. Tutto il resto è già visto o, come dicono i critici cattivi, “maniera”. Un’ovazione da stadio gremito saluta la conclusione della manifestazione. E’ il momento di de’Lutti. Questa sera, aldilà delle parole, il successo mondiale è tutto suo.

19 maggio 2010 - Venezia, Palazzo delle Prigioni

In uno splendido pomeriggio veneziano pieno di sole, sbarco in laguna con ancora in mente i fasti dell'ultima Biennale che vissi in prima persona. L'occasione è la mostra “La Bisiacarìa a San Marco” organizzata grazie al lodevole impegno della Pro Loco Turriaco (Gorizia) e del Circolo 'don Eugenio Brandl', storicamente collegati alla Serenissima. L'esposizione prevede una serie di opere da me selezionate provenienti da artisti dell'Archivio a suo tempo curato dal prof. Tino Sangiglio. La Bisiacarìa, dall'etimo “terra fra i due fiumi”, è da sempre terra fertile e generosa di talenti artistici. Diverse volte ho presentato autentici maestri provenienti da questa terra vicinissima a Grado, la storica madre di quella Venezia fondata dai fuggiaschi scampati dalle devastazioni dei barbari di Attila. Lo spazio è imponente e suggestivo nella cornice di questo Palazzo che un tempo fu palazzaccio delle carceri e di chissà quante ingiustizie, oggi restituito ad una funzione più pacificante e nobile volta ad eventi espositivi appunto. La prima cosa che colpisce è la luce abbacinante che, riflessa dal mare, irrompe direttamente dai finestroni creando un'atmosfera calda ed avvolgente atta alla contemplazione ed all'esercizio dei più alti pensieri. In un clima di euforia e di curiosità inizia la presentazione nel salone principale che mostra in bella evidenza l'imponenza dei blocchi di pietra levigata che costituiscono i muri perimetrali. La mia presentazione si preannuncia piuttosto lunga e faticosa, ed il caldo certo non mi agevola. Per non violentare con fiumi di parole gli astanti disposti per file in paziente attesa (tra cui spicca la figura severa di un prelato), decido lì per lì di optare per una presentazione quanto possibile “snelletta e leggera”, come direbbe il Poeta. Esordisco con una battuta d'obbligo. Ovvero: “Signori...credo sia la prima volta che, in un luogo di detenzione, vi regni tanta felicità e gioia di...essere rinchiusi!!!”. L'improvvisa risata corale spezza la tensione. Tra me e me penso che, in qualche modo, quel luogo un tempo terrificante doveva essere esorcizzato con un espediente qualsiasi come una una battuta iniziale. Il mio discorso procede veloce e, di buon grado, noto che nessuno ciondola dalle sedie in preda al sonno, fedele compagno di tanti visitatori coinvolti in introduzioni critiche interminabili, che iniziano immancabilmente con il canonico “sarò breve”, premessa e promessa, questa, regolarmente disattesa dal criticaccio di turno. Alla fine della cerimonia, con l'amico Flavio Gon (dal cognome che più veneziano di questo non si potrebbe) veniamo accompagnati in visita all'antica aula del Tribunale dove si dibattevano i processi. Entriamo. L'ambiente è maestoso ed avvolto nel silenzio del tempo. Tutto è rimasto come allora. I candelabri, i mobiloni massicci, le stoffe porpora istituzionali. Ci guardiamo attorno stupiti. Per fortuna non c'è nessun giudice, non siamo in attesa di nessun processo pur essendo in Italia... Flavio ed io ci guardiamo, con reciproco sollievo.

giugno 2010 - S. Elpidio a Mare (Fermo)
Iniziano le dirette SKY con il Gruppo Real Arte


La mia avventura con l'azienda Real Arte inizia propriamente nel marzo 2010, quando venni contattato per un colloquio nella sede galattica del Gruppo appena costituito. Ricordo l'enorme edificio – simile ad una base lunare – dalle pareti trasparenti con al centro una scalinata in plexiglas che conduceva direttamente in cielo, ovvero negli uffici della direzione situati nella torre principale del complesso. E ricordo distintamente il vago capogiro che mi accompagnava nella sensazione di camminare nell'aria. Ma, del resto, tutto mi appariva come una specie di sogno indecifrabile. Vedevo dipinti monumentali un po' dappertutto che, con la loro maestosa presenza, reclamavano attenzione e rispetto. Una sorta di tempio dell'arte. Il colloquio, con toni assai cordiali, andò bene. Da subito mi piacquero le persone, il progetto, la struttura, le idee da realizzare. Così, dopo questo contatto preliminare, raggiunto un accordo di massima, nel giugno iniziano le dirette settimanali. La prima puntata mi viene assegnata alle cinque del pomeriggio di un venerdì caratterizzato da un caldo apocalittico. Pareva una giornata di sole nelle pianure dell'ex Congo belga. Entro nello studio con un via vai di dirigenti, tecnici, segretarie. Mi sistemo la giacca, la cravatta, il microfono. In mano, la cartella del presentatore da prima serata a Sanremo. Si accendono le luci, come tanti soli sospesi nello spazio sopra di me. Alle pareti un autoritratto di Giorgio de Chirico mi fissa solenne e severo. Ci voleva anche lui con la sua faccia truce. Tra un po' mi toccherà presentarlo. Poco più il là, un disegno di Modigliani. Una donna dal collo lungo, inquietante e composta. Piccoli capolavori certo preziosi ma poco rassicuranti nell'aspetto enigmatico e misterioso. Trenta secondi e ci siamo, parte la diretta. Inizio a parlare con de Chirico, guardandolo negli occhi. Momento di trance. Vivo tutte le emozioni possibili in un colpo solo. Ma è il mio lavoro, la mia vita. Tutto, dopo un po', mi appare naturale. Come se, in quello studio, io ci fossi sempre stato. E la storia continua....

6 novembre 2010 - Salone d'Arte Contemporanea di Trieste
Juna Beqiraj – I fili dell'invisibile


Ecco una serata di novembre piena di luci ed emozioni. Fatto più unico che raro, in un mese che più triste di così non si può. Le pitture di Juna, artista albanese di nascita ed emiliana di adozione, racchiudono in sé tutto il fascino di una solitudine dolce e sottile. Cieli immensi e perturbati, scorci di luce improvvisa, fili sospesi nel vuoto cui si aggrappano fiduciose figurine umane. I dipinti sembrano grandi schermi cinematografici dove il regista assegna ai personaggi meri ruoli di comparse. Protagonista della scena è l'ambiente naturale, l'atmosfera dell'insieme pregna di quello che Baudelaire chiamava “spleen”, ovvero una malinconia delicata e penetrante. Le luci del Salone, discrete, aggiungono fascino al fascino dei dipinti. Juna arriva con un candido giacchino impellicciato nel cuore di un pomeriggio che pareva anonimo e fin troppo normale. Osserva l'allestimento. Lo sguardo si accende di riverberi brillanti comunicandoci una decisa soddisfazione. Il pubblico partecipa coinvolto e stupito. L'intervista finale è un momento di avanspettacolo, con il critico sottoscritto che fa domande curiose e la pittrice che risponde a fil di fioretto, mostrandosi divertita. Ci parla di quel tempo di qualità dove ognuno di noi vive veramente la vita, dei rapporti sentimentali spesso così vicini e così lontani, della Ferrara metafisica in cui ci abita lei ed una moltitudine di giovani universitari sempre nelle piazze e nei locali del centro storico. Il tempo amico corre veloce. I cieli altissimi intorno a noi ci fanno sentire come le figurine dei quadri. E' il racconto di una mostra indimenticabile, vissuta tra nuvole e spazi infiniti. Ed è la storia della pittura di Juna che diventa subito personaggio ed attrazione di una serata non più consegnata alle tristezze novembrine. Su 'You Tube' il filmato, realizzato da Hektor Leka, è ancor oggi cliccatissimo, mi dicono... 

5 novembre 2011 - Salone d'Arte Contemporanea di Trieste
Raffaello Ossola: Immagini immaginate


Forse il titolo contiene in sé un eccesso di modestia, perché Ossola non ha creato immaginazioni o mere fantasie oniriche. Ha intuito e dipinto dimensioni e sopramondi, in una sorta di aldilà della pittura che lo consacra maestro indiscusso di un genere che non si può semplicemente etichettare come surrealismo fantastico o astrazione onirica. Mi appresto ad inaugurare una delle mostre più elevate e squisitamente complicate della mia attività di critico. Pitture ricche di simboli, riferimenti esoterici, architetture celesti. Porte che si aprono nel cielo assoluto, scalinate infinite, alberi dalle ampie chiome protese verso la volta celeste. Ed alberi della vita capovolti, con le radici all'insù, per farci intendere il mistero di noi umani figli delle stelle. Raffaello Ossola ci mostra quel sopramondo che solo l'intuizione intellettiva può concepire e non la mente, la ratio. La mente deve tacere, quietarsi. L'infinito mistero vuole spazi senza limiti. Così, nell'incantesimo di una serata, inauguriamo un'esposizione memorabile. Il pittore è appartato, discreto e silenzioso, consapevole che già le sue pitture dicono l'indicibile e non occorre proferire parola alcuna. E non potrebbe che essere così, del resto. Il linguaggio denuncia tutti i suoi limiti concettuali. Forse l'immagine dipinta è più libera, lascia più spazio all'idea di un Tutto, di un Sempre. Il pubblico arriva numeroso ad ammirato e l'emozione di tutti sale fino a quei cieli. Nel mondo dell'arte si dice che per un critico la predilezione costituisce un vizio nella valutazione e, probabilmente, questo potrebbe essere vero. Ma è altrettanto vero che spesso si fa fatica a rimanere emotivamente algidi e distaccati con lo sguardo prima e con il cuore poi, specie dinanzi all'eccellenza tecnica di un maestro o alla sua capacità creativa. I commenti dei presenti certificano il successo e riconoscono il valore di una mano suprema. Molti vorrebbero entrare dentro quei dipinti, attraversare quei portali e volare nello spazio. Questo non ci è concesso, ma far volare l'intuizione o l'immaginazione, questo sì. Raffaello Ossola, pittore svizzero riconosciuto nel mondo, oggi ci ha portato i doni del quinto elemento, il cielo. E noi, increduli, continuiamo a guardare....